Passa il tempo.
Questo tempo strano che
ci tiene lontani.
Lontani e basta.

Ma i genitori lontani
dai figli sono ancora genitori.
E così anche gli amanti.

I ballerini sono
ancora ballerini. 
E se i palchi sono vuoti
la danza li balla dentro. 

E dietro le finestre
e le porte chiuse, 
ci si ama ancora
e si trova la forza per un sorriso.

Mentre in terra e in cielo
c’è chi ci protegge,
chi dipinge, dipinge;
chi suona, suona;
chi canta, canta.

Anche se il mondo
sembra spento,
la Vita vive.

Siamo una promessa,
la seconda parte di una frase detta da qualcun altro,
il moto di ritorno di un’intenzione,
e non siamo nessuna invenzione.

Se ogni cosa possibile
somiglia a un punto che vaga,
quello che esiste davvero
non è più un punto, ma un centro.

E un centro da sé non è niente,
ma è il centro di un filo di sguardi
puntati su un punto solo,
da solo contro miliardi.

Siamo puro compimento,
il terzo atto, scontato,
di una breve commedia perbene,
di cui siamo il finale agognato.

Siamo un gesto fortuito
che riporta al pensiero
i dettagli di un sogno notturno
dall’oblio mattiniero.

Siamo vivi per miracolo,
appesi a un pensiero fra cento
che ci coglie dalla terra gremita
con un gesto lento.

Siamo la sola occasione
che ha la fragile idea di noi
di non cadere e finire
tra intricati corridoi.

La differenza sottile
tra restare e sparire.

Siamo il labirinto che divide
l’inizio dalla fine,
un miraggio dalla vita,
la cui fine è l’unica uscita.

Ero dietro la porta aperta.
Ero dietro la porta.

Non vedevo nemmeno la soglia,
ma mi tormentava il vento che attraversava l’apertura in affilata lama. Il gelo mi divorava la faccia e avevo le mani legate da non potermi schermare.

Dietro di me, il buio e una fioca luce sulle gambe senza forza. Tremulo, un raggio maggiore emanava e portava chiarore su altri lividi e segni di antichi tormenti.
Segni da non guardare. E io stretto ero contro il muro, col capo reclinato.

Eppure ero dietro la porta aperta.
Ero dietro la porta.

Sentivo solo l’odore di un luogo chiuso per sempre, come un scatola persa e piena di orrore. La vita mi ha toccato con lunghe dita ossute e ho perso forza nei ginocchi, così è stato per un momento: prendere un bus senza avere il biglietto.

Un nugolo di vespe pestilenti mi ha punto sulla nuca, per far dispetto e inoculare un poco ancora di veleno, ma sotto le messi del cielo seminate di stelle chiare si è acceso il freddo. E ho guardato il male negli occhi.

Ero dietro la porta aperta.
Ero dietro la porta.

Nessun laccio mi impediva di muovere le braccia né di spingere il battente o di muovere un passo. Ero dietro una porta che non dà su niente, né un giardino né un salone, ma non recide il cammino né taglia fuori nessuno. Una porta è un piano verticale su cui il viaggio non s’arresta, prosegue invece.

Serve spinta da forzare fuori fino a premere con la mano schiacciata contro il punto fiacco, in una porta. Serve forza per decidere se una porta ci resta fuori dal dentro cui aneliamo, o tiene dentro quando bramiamo espanderci e coprire l’immenso intoccabile e distante.

Un passo infilato oltre la soglia di una porta costa fatica infinita, uno solo passa galassie di fatti e costumi di sangue. Accompagna il coraggio per mano e sembra tenersi su un alito di fiato ma mangia i polmoni.

Un passo e tutto è come nuovo, o come prima, su un giro di tallone gira il verso del vento e tira forte verso qualcosa che si muove o su un cimitero di pianti sommessi.

Grazie al cielo, mentre ero dietro a una porta aperta ho sentito il tuono e sono entrato e dopo tutta la tempesta c’erano ancora giochi da fare e te da giocare.

La differenza tra noi due è quello che ci lega.
Quello che fa di me me e di te te mi ricorda la storia che siamo e che siamo stati; mi ricorda che c’è stato un prima e che ora c’è un adesso che si infutura con disinvoltura.
La nostra storia è quella in cui un giorno ti ho visto e pur non sapendo chi fossi, mi sono reso conto di una semplice cosa: non eri me. Non lo eri più di chiunque altro, più di ogni singola cosa, più di tutto. E nel non esserlo mi attraevi a te come un vuoto d’aria. Non eri me ma mi riguardavi, perché i miei vuoti e i tuoi pieni collimavano con i miei pieni e i tuoi vuoti.
Quella differenza era chiara anche a te, l’ho letto nei tuoi occhi in quello stesso istante, il tuo nome era nelle conversazioni ascoltate distrattamente, da dietro una tenda, nella voce delle mamme che chiamano i bambini, nel ronzio delle api; lo conoscevo a memoria, senza averlo mai pronunciato, era nel muscolo della mia lingua senza essere mai stato soffiato fuori dal mio fiato. E così il mio in te.

Persino quello che non so di te mi riguarda, ci sono dentro perché nel mio regno non esiste un luogo su cui tu possa poggiarti senza scivolare, per questo la tua presenza è per me azione, non c’è modo in cui possa dimenticarmi che sei lì. Se fai un passo al di qua del confine devo stendere il braccio e afferrarti, perché sei prezioso ai miei occhi.
Sapevo che non eri me, perché vedevo che eri l’altro. Non uno qualunque diverso da me, bensì il peso esatto sul braccio opposto oltre il fulcro. L’effigie perfetta per il mio cartiglio vuoto.
Così ho avvertito sopraggiungere il momento glorioso: le linee si sono squadrate e la polvere si è posata sul suolo, i miei spigoli si sono incastonati con i tuoi e da lì è sgorgato un canto di giornate.

Il futuro è da scartare porzione per porzione come una confezione di caramelle dispettose. Ma ora so che la pace e la vita non sono dall’identico, dal congenito, dall’uniforme, ma da questo sistema di attrazioni che non mi fa ritirare gli occhi dal profilo del tuo naso, come un esercito sul confine che non possa mai perderti di vista, ma che al posto delle lance, leva le braccia aperte.

Nella carovana del buono e del giusto corrono i carri infilati e pazienti, mangiando un metro dopo l’altro, un giorno per volta, un’ora. Tutto si muove a un ritmo unitario e lo sguardo punta verso l’oltre. Le pupille si riempiono di futuro: fanno spazio a ciò che viene. Se lo sguardo si discosta un poco, lì c’è il deserto del tempo che avvolge il cammino, arido e infinito, desolato ma accogliente al tempo stesso.
A un lato della carovana, talvolta, si forma un camminamento, una fine fila di macchine lente e distanti tra loro, mai serrate ma legate da funi di fortuna, pronte a perdersi ma su un terreno comune, largo e fluido come acqua. Così vede il giusto la distrazione, come l’altra strada, quella che non ha che il presente da vivere. Il cammino senza fine, senza scopo, facile a nascere ma anche a morire. Il sentiero da percorrere con un solo piede, mentre l’altro è saldo sul viale maggiore. Il sentiero da imboccare senza perdere di vista laddove navigano i carri più importanti.

Eppure, a guardarla bene, la grande carovana, severa, composta, decisa e tanto affamata di futuro non cammina su un terreno tracciato, sposta la sabbia e punta avanti, cerca segnali che non vede, segue voci che nessuno solleva nell’aria. Una spedizione senza un destino è un lancio a vuoto, un fuoco d’artificio più che un soffio di vita. Così si solleva da sotto la sabbia il cammino della distrazione, bistrattato e disprezzato, insultato e segnalato come vano. Si scrolla dalle spalle il proprio stigma e si propone, si fa avanti, si innalza.

Come due sono gli occhi e le mani e i piedi, due possono essere le vie: l’una quella del gran lavoro del vivere, l’altra la distrazione. Pur sapendo che il cammino è uno, il treno viaggia su due binari, per poggiarsi saldo e con fermezza. Non è da evitare, non nuoce. Si può abbracciarla, con coscienza del suo ruolo. Distrarsi alleggerisce il peso dal cammino che pesa su un’unica ruota, un’unica gamba, un’unica zampa. Distrarsi è dividere il dolore in due, spostarlo dai bagagli e metterli in una bisaccia di fortuna, nasconderlo un istante e riposare gli occhi dalla luce abbacinante del sole. Non avere paura di distrarsi concede di alleviare il peso dalle palpebre e accosta un nuovo odore di buono alle narici; un odore da seguire per crogiolarcisi e poi tornare al tornio, alla marra, al timone. Compiti. Severi. Ma nuovi.